Un paio di mesi fa Roberto Quintavalle mi ha contattato per chiedermi se ero disposto a correre una gara correlata al Vivicittà all’interno del penitenziario di Rebibbia. Non sarebbero stati molti gli atleti che avrebbero potuto partecipare e bisognava far avere in fretta i documenti al ministero della giustizia per poter essere autorizzati. Mi sono ricordato di questa esperienza già vissuta con Roberto Montesi 12 anni fa, quando fummo anche allora invitati dalla Uisp per correre quella che fu la prima edizione di un Vivicittà all’interno di un carcere.
Fu una esperienza unica e certamente la prova sportiva che più mi è rimasta impressa, molto più delle centinaia di gare alle quali ho partecipato in oltre 30 anni di attività. Non potevo non esserci anche questa volta. Il pomeriggio di venerdì 5 giugno ci siamo ritrovati, con tutti gli altri atleti, davanti all’enorme porta scorrevole di acciaio che da accesso a Rebibbia nuovo complesso. C’erano insieme a me, a Roberto Quintavalle e a Lucio Zaccarelli, alcuni atleti della Podistica solidarietà e dell’Italia marathon Club. Eravamo tutti li ad attendere che quella porta si aprisse (Roby piazza la sua prima battuta: ci vuole più ad entrare che a uscire). Scatta l’ora x e uno alla volta, documento alla mano veniamo “identificati”, consegnamo telefonini e quant’altro e veniamo per così dire introdotti. Superiamo corridoi lunghi e silenziosi, uno di questi superbamente affrescato, ci viene riferito, da alcuni detenuti dalle capacità pittoriche eccelse. Arriviamo, superate in paio di cancellate in un ampio spazio aperto dove sono montati i gazebo dell’Uisp: li intorno ci sono già i detenuti autorizzati a correre che sono intenti ad iscriversi alle due gare, la corta di 4500 metri la lunga di oltre 12 km. Hanno scarpe e abbigliamenti di fortuna, alcuni si appuntano il pettorale sulla schiena ma si capisce che per loro è una occasione unica anche di mescolarsi tra loro visto che sono detenuti in vari blocchi ognuno non in comunicazione con l’altro e quindi come se fossero ognuno un piccolo penitenziario. Vediamo ovunque panni stesi ad asciugare fuori dalle enormi grate e all’interno di esse, mani, facce, voci. C’è un po di imbarazzo da parte di tutti , interni ed esterni ma si familiarizza presto e insieme visioniamo il percorso, un giro di 1530 metri da ripetere per 8 volte (tre per la gara corta). Alcuni dei podisti detenuti percorrono quei vialetti per la prima volta e si godono questa opportunità come se fossero a Central Park. Si passa di corsa sotto i vari blocchi detentivi dove quelli che sono dentro incitano i loro compagni impegnati nella gara e fanno un tifo da stadio. Mi metto d’accordo con Hugo , un ragazzo cileno che sta scontando una pena di 6 anni, e decidiamo di fare la gara insieme. Lui si è allenato tanto e ci tiene a fare bella figura. Quando transitiamo sotto il blocco G9, la sua “casa” tutti urlano il suo nome e lì ogni volta Hugo sprinta e si mette a tirare. Andiamo ad un buon ritmo, intorno a 4’20” al km e mi sembra incredibile come riesca a correre così visto che può allenarsi solo all’interno di un campo di calcetto durante l’aria concessa a tutti i reclusi del blocco. Ci raggiunge dopo due giri Corrado Giambalvo (il podista scalzo) e insieme filiamo via che è un piacere. Hugo soffre e si incita da solo: Vamos chico dopo quello che hai passato cosa sono 12 km di corsa!! Voglio vincere la gara perché l’ho promesso ai miei compagni e per dedicarla a mio fratello che è stato ucciso in Cile il mese scorso. Io e Corrado siamo in silenzio. Arriviamo all’ultimo giro. Hugo è in quarta posizione e primo tra i detenuti. Abbiamo deciso di fare gli ultimi 1500 metri a tutta e li facciamo davvero. L’arrivo è a braccia alzate e con la commozione negli occhì di tutti e tre. Ci abbracciamo. La premiazione con la coppa che Hugo conserverà come uno dei ricordi più belli della sua vita difficile, le foto insieme a me e a Corrado, i saluti e l’arrivederci presto come vecchi amici, anche se probabilmente non ci incontreremo mai più. Parlo con Lucio e Roberto che raccontano le stesse mie emozioni. Anche loro sono diventati amici di un compagno di corsa. Mi viene in mente che lo nostre corse, quelle delle persone cosiddette normali, sono, nonostante tutto, spesso tutte in discesa. Ce ne accorgiamo quando incontriamo chi corre solo in salita.