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La M del nostro logo è una montagna.
Inserito il 18 dicembre 2009 alle 08:32:00 da Redazione Roma83. IT - News dell'Atletica



La M del nostro logo è una montagna

e dal nostro indimenticato Giancarlo Moretti alcuni di noi hanno imparato a conoscerne i miti.
L’alpinismo è uno sport particolare, dove non esistono giudici o punteggi e quasi sempre neanche spettatori; i suoi campioni non sono particolarmente famosi al grande pubblico, non si da molta rilevanza alle grandi imprese se non in presenza di qualche tragedia.

A parte il grande Reinold Messner, in pochi hanno sentito parlare di Winkler o di Buhl o di Cassin ovvero alcuni degli storici fuoriclasse che in questa disciplina si sono cimentati.
Giancarlo aveva una grande ammirazione per Walter Bonatti del quale aveva letto tutti i libri sulle sue imprese leggendarie. Per lui era veramente un mito vivente, il vero campione universale del quale raccontare le gesta.
Bonatti ha quasi 80 anni ma chi l’ha potute vedere e ascoltare qualche tempo fa nella trasmissione domenicale di Fabio Fazio ne sarà rimasto certamente affascinato. Negli anni 50-60 le sue capacità fisiche e tecniche così straordinarie lo portarono ad aprire vie allora ritenute impossibili e che ancora oggi sono inavvicinabile per i più.
La sua scuola furono le pareti verticali della Grigna, una bellissima montagna della Valsassina dove affinò la classe innata che possedeva. Stregato dal mito del grande Riccardo Cassin, nel 1949 ripete le salite da lui aperte sulla nord delle Grandes Jorasses nel massiccio del Monte Bianco e sulla verticale del Pizzo Badile. Queste ascese erano ritenute, insieme a quella della nord del Cervino, le più difficili realizzazioni dell’alpinismo mondiale a cavallo delle due guerre. Ma per un super come Bonatti ci volevano salite ancora inesplorate con linee di salita inimmaginabili e così nel 1951 eccolo provare in prima assoluta la salita alla parete est del Grand Capucin, massiccio del Bianco, una parete terrificante con una verticale di 400 metri quasi completamente levigata. Questo fu un vero evento per il mondo dell’alpinismo, capace di spostare in avanti il concetto di quello che era possibile e quello che era impossibile. Nessuno fino ad allora aveva osato sfidare quell’obelisco di granito, nessuna eccellenza di allora poteva immaginare che ci riuscisse un ragazzo di soli 21 anni. Ma Walter Bonatti era già il migliore di tutti. Di imprese uniche su pareti inviolate ne seguirono molte altre. Nel 1954, Ardito Desio lo volle con se nella spedizione al K2, secondo ottomila della terra dopo l’Everest. Tutto quello che successe fu al centro di polemiche per cinquant’anni e solo da poco è stata resa giustizia a Bonatti. In cima salirono Compagnoni e Lacedelli ma il ruolo di Bonatti fu determinante. La sua forza impressionante lo fece sopravvivere ad una notte passata senza alcun rifugio ad 8100 mt di quota e senza ossigeno a meno 40. Venne praticamente abbandonato al suo destino dagli altri, dopo aver trasportato le bombole di ossigeno indispensabili per l’attacco finale. Lui riuscì a sopravvivere. Ora è un mito. Forse a chi leggerà queste righe verrà voglia di comprare i suoi libri. Come ha fatto Giancarlo.

Roberto Matrigiani

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