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La Corri in Abruzzo
Inserito il 15 aprile 2010 alle 22:14:00 da Redazione Roma83. IT - News dell'Atletica



La Corri in Abruzzo

Cari amici della Roma83 , approfitto di questo spazio per raccontarvi, dal punto di vista di chi non ha corso ma che ha potuto molto vedere, l’esperienza che ho vissuto insieme ad alcuni bravi e generosi atleti e atlete della nostra società che insieme a molti loro familiari hanno accettato di partecipare a questa manifestazione.
Con il pullman messoci a disposizione dagli organizzatori, siamo partiti di buon’ora da Roma in oltre cinquanta e abbiamo viaggiato allegramente tra battute e barzellette.

Il viaggio è volato via leggero e in men che non si dica ci siamo ritrovati al casello autostradale di uscita. Da li a breve abbiamo potuto renderci conto di cosa sia successo un anno fa. Una città puntellata, ingabbiata in impalcature, deserta. Non siamo transitati per la zona rossa che è ovviamente interdetta al passaggio ma i danni provocati dal terremoto erano proprio davanti ai nostri occhi anche lungo quel bel viale in salita che conduce alla parte alta della città dove tutti i palazzi non crollati hanno crepe terribili. Abbiamo visto, sfiorandola, la casa dello studente dove sono morti tanti giovanissimi. Siamo ammutoliti. Arriviamo nella zona del raduno situata vicino a un bel parco e naturalmente l’esigenza primaria diventa quella di prepararsi alla gara. Io resto a bordo del nostro pullman che insieme agli altri 50 viene velocemente scortato dalla polizia verso Onna dove è situato l’arrivo dopo dieci km. Proprio appena fuori città posso vedere la new town, la serie di palazzine costruite per ospitare le famiglie rimaste senza casa. Sono molte e di colori diversi disposte sul fianco di una collina lungo la strada che conduce a Paganica e poi a Onna. Anche lì però non si vede nessuno in giro, sembrerebbe tutto disabitato se non fosse per i panni stesi e le macchine parcheggiate. La strada è dritta e pianeggiante, attraversa zone di campagna dove si possono vedere i ruderi di casali contadini venuti giù. A Onna, mentre aspetto l’arrivo degli atleti, la mia curiosità morbosa mi spinge a infilarmi di nascosto e velocemente per non essere scoperto, nella zona rossa. Ci sono le transenne e i cartelli di divieto che intimano di non entrare ma io entro. Ho con me la macchina fotografica e vorrei fare un piccolo reportage fotografico da poter far vedere orgogliosamente a chi non c’era. Una volta dentro mi trovo di fronte un enorme cane bianco che mi viene incontro e docilmente mi annusa. Proseguo e lui mi accompagna. Mi rendo conto del terrore che hanno vissuto gli abitanti di Onna rimasti vivi. Le vecchie case contadine sono cumuli di sassi tra i quali spuntano tubi contorti di acqua e gas, pentole, pezzi di mobili e di tutti gli oggetti che ci sono in ogni casa. Le piastrelle lucide di un muro squassato fanno sapere che quello era un bagno. Su un pezzo di muro situato al primo piano di una casa aperta in due si intravede un quadretto. Non avrei mai immaginato che i danni fossero tanti e tali. Qui sono morte 40 persone e io mi sento un turista scemo. Non ho il coraggio di fare fotografie, non si può. Il cane che mi sta vicino, a un certo punto entra sotto una vasca da bagno rovesciata e non lo vedo più. Forse quella è la sua casa e forse lui è l’unico abitante della vecchia Onna. Appena fuori di qui però c’è la nuova Onna, quella fatta di casette basse e variopinte col tetto di lamiera e il piccolo patio esterno. Proprio li in mezzo è stato messo l’arrivo della gara, sotto lo sguardo dei timidi abitanti e dei tanti accompagnatori degli atleti. Assisto all’intermezzo divertente del ragazzo vestito con un costume da orso che col testone sotto il braccio corre all’impazzata verso l’arrivo, inseguito dai primi due atleti lanciati a tutta velocità. Doveva accogliere il vincitore all’arrivo ma evidentemente ha fatto tardi e ha dovuto fare uno sprint vertiginoso per arrivare prima di lui. A fine gara, sotto una pioggerella gelida ci mettiamo in tanti in fila per ricevere un fumante piatto di pasta offerto dalla protezione civile. Facciamo per una volta quello che questa gente ha dovuto fare per tanto tempo.

Rob Matrigiani

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